Nel febbraio del 2001 chi scrive, fra le tante salutari emozioni suscitate dal lavoro sull’antico fondo archivistico dell’Università di Catania, ebbe a provarne una che era davvero singolare per la forza e la sorprendente puntualità con cui giungeva ad appagare una speranza coltivata dall’inizio, se pure non confessata: il ritrovamento dei tre volumi manoscritti intitolati Statuta et privilegia almae Universitatis Catanae. Volumi celebrati ma ricordati solo per sporadici accenni e rare citazioni di antichi eruditi, divenuti ormai leggenda nella delusione e nel rammarico degli studiosi più recenti, che da decenni ne avevano perso ogni più pallida traccia. Dati per dispersi, i tre illustri tomi tornavano alla vita, venendo fuori da dove non si erano mai allontanati, ovvero da quella collettanea di vetusti documenti - raccolti in centinaia di registri, volumi, filze e buste - i quali, non rientrando fra quelli riordinati ed elencati dall’infaticabile Vincenzo Casagrandi nel lontano 1896, erano stati ammassati disordinatamente e imprigionati in polverosi contenitori, in attesa di momenti migliori. La ragione di tutto ciò ? i soliti deprimenti motivi di mancanza di spazio e di risorse per la gestione delle carte ritenute «inutili» alla macchina amministrativa, con una miope sottovalutazione del ruolo creativo della memoria condivisa.
Ritrovamento fortunato, sperato quanto inatteso. L’occasione propizia era stata offerta da una provvida iniziativa finanziata dall’Unione Europea, auspice per Catania il Rettore Enrico Rizzarelli, denominata «Progetto coordinato Catania-Lecce»: in concreto un contenitore di svariati progetti, legati dal comune fine della valorizzazione dei beni culturali di proprietà dell’Ateneo, da effettuarsi col recupero di parte del patrimonio edilizio storico e con un uso caratterizzante delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). Non erano quindi previste nuove edificazioni ma il riuso dell’esistente, e soprattutto un cospicuo investimento di risorse nelle ICT e nel patrimonio storico-culturale dell’Ateneo, inteso sia come collezioni scientifiche sia come patrimonio edilizio. I risultati, oltre all’importante infrastruttura informatica (rete telematica veloce etc.), consistono nel recupero e nella valorizzazione di collezioni e strutture, sempre rinnovate e in qualche caso del tutto nuove: il museo di biologia animale con la casa delle farfalle, l’orto botanico che ha digitalizzato le sue collezioni, il museo di architettura, la città della scienza, il museo della fabbrica dell’ex monastero dei Benedettini, il nuovo museo dello Studio, la gestione elettronica del patrimonio bibliografico … e l’archivio storico! Uno dei sub-progetti, denominato appunto «Iniziativa 2 — Archivio Storico dell’Università di Catania», venne destinato al recupero e alla valorizzazione delle antiche carte e alla realizzazione di una sede finalmente degna di ospitarle.
Non racconteremo qui l’avvincente storia dell’Iniziativa 2 né tanto meno quella, ancor più complessa e articolata, del Progetto Catania-Lecce: quel che conta è che l’impresa, difficile quanto esaltante, è stata coronata dal successo. L’Archivio Storico dell’Università degli Studi di Catania è oggi una realtà istituzionale: istituito con deliberazioni unanimi e plauso del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione dell’Ateneo nel 1999, è stato riconosciuto di «particolare importanza» nel 2000 con decreto del Ministero per i beni culturali, ed è pertanto oggetto di tutela speciale ai sensi della normativa vigente. L’Archivio, nella sua nuova veste, da oltre un decennio espleta le sue funzioni proprie, prime fra tutte la ricognizione e l’inventariazione del patrimonio archivistico dell’Ateneo e quindi la gestione della documentazione affidata. La gestione è intesa a garantire innanzitutto la possibilità di accesso e consultazione dei documenti da parte di qualunque soggetto interessato: dagli utenti interni all’Ateneo — uffici, personale e studenti di qualunque tipo e livello — a volte per ricerche (storico-)amministrative e più spesso per ricerche storico-scientifiche (di solito per la redazione di tesi, studi e pubblicazioni), a tutti quelli esterni, italiani e stranieri, provenienti sia da contesti accademici (studenti, ricercatori, docenti) sia da contesti professionali (insegnanti, professionisti, funzionari pubblici), senza trascurare la sempre più ampia utenza composta da cultori delle memorie patrie o familiari. L’archivio raccoglie infatti documentazione relativa alle attività dell’intero Ateneo, dal secolo XVIII al XX: vi si possono ricercare dati e documenti sul governo e la gestione dell’università, sugli studenti e l’attività didattica, sui docenti e la ricerca. Tutto questo è stato possibile grazie alla disponibilità di una nuova sede, progettata dallo studio dell’arch. Gennaro Matacena (RA Consulting, Napoli) e in seguito allestita col contributo di ditte e artigiani locali, ma soprattutto perché sono stati finalmente coinvolti i professionisti del settore, gli archivisti. L’archivio sostanzialmente non aveva mai beneficiato dell’opera di archivisti professionisti. In Ateneo gli «archivisti» erano tradizionalmente gli operatori addetti al protocollo e all’archivio corrente, e in particolare gli oscuri omini che si addentravano nei meandri dei depositi, luoghi di (voluta) scarsa penetrabilità: tutti inquadrati a livelli meramente esecutivi e sprovvisti di adeguata formazione professionale, non certo di capacità ed esperienza, ché anzi ce ne sono stati di assai stimabili, a cominciare da Luigi Toullier, che già a metà del secolo XIX inaugurò il moderno ordinamento in serie dell’archivio applicandolo ai fascicoli degli studenti. Il progetto Catania-Lecce è stato anche la via perché l’archivio fosse finalmente affidato a cure avvertite e sapienti nell’ambito di una struttura archivistica, costruita e difesa con tenacia anche a fronte di incomprensioni, per non dire di resistenze più o meno esplicite.
A partire dal 1998 l’Archivio ha aderito, collaborato e contribuito (con qualche merito) a importanti progetti archivistici nazionali, quali Titulus 97, Studium 2000, e altri che li hanno seguiti e continuano tuttora: Aurora, Cartesio, UniDOC, ProcedAmUS … L’Archivio dell’Università di Catania è oggi partecipe di una rete nazionale che raccoglie la maggioranza degli archivi universitari, un network in permanente attività e costante dialogo col più vasto mondo degli archivi pubblici e privati e coi vertici dell’amministrazione nazionale dei beni culturali e archivistici. Una intelligenza reticolare e condivisa che negli anni ha proposto ed elaborato progetti e soluzioni, suscitando eco e interesse anche nel mondo delle imprese e nell’ancora più ampio settore che discute le continue innovazioni nel campo dell’amministrazione e dell’e-government: la gestione documentale, l’impatto e l’uso delle nuove tecnologie, la validità dei documenti e la «certezza del diritto», standard per la gestione e la conservazione degli archivi digitali … E tutto ciò senza trascurare la cura dell’archivio proprio dell’Ateneo: basti dire che il patrimonio archivistico storico, computato fino al 1998 a nemmeno duemila pezzi (i 1296 raccolti da Casagrandi e poco più), annovera oggi quasi novemila unità schedate in banca dati; è stata pure effettuata una ricognizione dell’intero archivio universitario, che già nel 2005 superava i 15 km. di estensione lineare. Di fatto la tutela e la cura si sono estese a buona parte dell’archivio universitario: non solo la parte ormai storica, ma anche l’ingente massa documentaria conservata nei depositi e persino la parte più fluida e sensibile per attualità e funzione strumentale, l’archivio corrente. Gioverà ricordare che il sistema di protocollo informatico e gestione documentale che oggi serve l’intero Ateneo è stato avviato e gestito in primo luogo dall’archivista che ha partecipato e collaborato al progetto nazionale Titulus, progetto che ha stabilito per la prima volta degli standard e degli strumenti comuni a gran parte degli archivi universitari italiani. Si attende ancora, dopo le unanimi deliberazioni del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione e l’approvazione dello schema di regolamento per l’archivio (1999), la piena attuazione di un progetto che, superando una inadeguata e anacronistica visione «museale» che si ostina a vedere l’archivio storico immobilizzato e isolato dal suo stesso contesto, veda l’archivio come un complesso documentario unitario, dal protocollo all’archivio storico: non come uno scantinato di anticaglie, ma come «un cuore pulsante» che - nella pienezza del tempo presente - sappia essere strumento essenziale per i complessi congegni dell’amministrazione e insieme deposito in fieri della memoria, affidato ad una struttura tecnico-scientifica-amministrativa di livello adeguato e dotata di risorse non asfittiche né precarie.
Torniamo a quel febbraio del 2001: ritrovammo dunque i nostri tre volumi fra il materiale appena traslocato dai locali dell’ex monastero dei padri Benedettini, cioè dalla Facoltà di Lettere, dove l’archivio storico si trovava da tempo sotto la tutela di Giuseppe Giarrizzo, alla sede provvisoria dell’Iniziativa, nei locali di via Antonino di Sangiuliano. Qui si sarebbe conclusa la prima fase progettuale, con la schedatura informatica (mediante il programma Arianna) di tutta la documentazione storica recuperata, costituendo quindi quella base di dati che ancora oggi è lo strumento fondamentale per l’inventariazione e la gestione della sezione storica del nostro archivio. La prima operazione dopo il ritrovamento, eseguita (da chi scrive queste note) in un luminoso fine settimana di febbraio, complice la quieta discrezione degli uffici deserti, fu fotografare per intero i tre volumi, pagina per pagina. Ottenuta così una prima copia di sicurezza e di lavoro, cominciammo a pensare a cosa fare per recuperare alla comune conoscenza e alla scienza quei preziosi materiali. I volumi si presentavano in generale in buone condizioni di conservazione: solo le coperte e alcune carte, in particolare all’inizio del primo volume, apparivano danneggiate, fortunatamente poco e comunque senza effetti deleteri per la scrittura. Li facemmo quindi restaurare con fondi dell’Ateneo, grazie all’incoraggiamento e al sostegno del Rettore Ferdinando Latteri: vennero sostituite le coperte originali, stirati e ove necessario risarciti tutti i fogli. Subito dopo furono nuovamente fotografati per intero, stavolta a cura di una ditta specializzata che ne eseguì accurate scansioni, a colori e ad alta risoluzione, in previsione di future pubblicazioni, sia tradizionali che digitali. Poco dopo seguì il primo annuncio pubblico del ritrovamento, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2001-2002: nel febbraio 2002 i volumi per la prima volta vennero esposti e mostrati al pubblico presso l’ex monastero dei Benedettini, sede prescelta per la solenne cerimonia; ai partecipanti venne distribuita una piccola brochure illustrativa.
Sempre nel 2002 venne effettuata la prima ricognizione sul contenuto dei tre volumi, con una prima regestazione sommaria dei documenti. Nel 2003, in occasione dell’inaugurazione ufficiale della nuova sede dell’Archivio Storico al piano terra del palazzo centrale dell’Università, venne organizzato un convegno dedicato a Pietro Geremia, figura fondamentale nella vicenda storica della fondazione dello Studio, ma negli atti non c’è spazio per gli Statuta et privilegia, ancora sostanzialmente ignoti alla scienza. Pertanto, scartata l’ipotesi di una trascrizione integrale dei testi e constatata l’insostenibilità dei costi per una classica edizione cartacea in facsimile, nel 2004 il lavoro scientifico per l’edizione che oggi si presenta venne affidato ai due attuali curatori, titolari di alcune importanti ricerche sulle origini e la prima storia del «Siciliae Studium Generale». Conclusa nel giro di qualche anno la fase di studio e di elaborazione dei materiali scientifici a corredo dei testi originali (regesti, note, indici, introduzione), per alcuni anni si è lavorato alla preparazione dell’edizione digitale, per la quale è stato determinante il contributo di alcuni giovani laureandi in informatica, che hanno così avuto l’opportunità di fare un’utile esperienza professionale su materiali certamente insoliti per degli informatici, se pure particolarmente significativi per la storia dell’università che questi valenti laureandi hanno scelto per i loro studi. Bell’esempio anche di quella interdisciplinarietà e proficua collaborazione cui dovrebbero essere improntati i rapporti fra esperti dei contenuti e professionisti dell’informatica, atteso che le caratteristiche dello strumento informatico devono necessariamente rapportarsi e conformarsi proprio alle esigenze dei contenuti e mai viceversa, pena la prevaricazione del mezzo sul fine: esempio quindi per fortuna assai lontano da ogni prevenzione di stampo invero più pseudo-umanistico che vetero-umanistico, ma soprattutto dalle tentazioni «colonialiste» di certi informatici, tanto più autoreferenziali quanto più insipienti riguardo ai contenuti da gestire.
I tre volumi manoscritti intitolati Statuta et privilegia almae Universitatis Catanae, presentati in dettaglio nell’introduzione dei curatori, hanno una storia esterna piuttosto comune: allestiti verso la metà del secolo XVIII, tenuti in gran conto prima per usi di rivendicazione di storici privilegi (il titolo è pertinente) e poi per questioni di prestigio, almeno fino ai primi decenni del secolo XX facevano bella mostra di sé nell’ufficio del Rettore. In seguito, rimossi da quella «nicchia» privilegiata e tuttavia non riguardati con la dovuta attenzione, furono dati per lungo tempo dispersi, fino al fortunato ritrovamento dell’anno 2001.
Gli Statuta et privilegia almae Universitatis Catanae sono l’equivalente dei «libri rossi» in cui i Comuni facevano trascrivere in bella copia gli atti più rilevanti della loro storia, con speciale attenzione agli antichi privilegi spesso risalenti ad epoche remote (talora pure falsi: l’uso perdura anche nella nostra raccolta). Lo scopo evidente era di costituire dei corpora prestigiosi di norme, come illustrazione della propria storia e quindi monito ai malaccorti: ma si volevano nutrire e rafforzare soprattutto la pretesa e la speranza che essi potessero ancora valere come riferimento giuridico, se non in tutto il loro potere, almeno come «precedenti» di cui tenere conto nell’elaborazione e nell’applicazione delle nuove norme. I «libri rossi» tuttavia, per molte e svariate ragioni, ben difficilmente potevano essere esaustivi: ciò vale anche per la nostra raccolta. La quale ha sì l’ambizione, dichiarata sin dall’introduzione che ripercorre le tappe leggendarie dello Studio etneo (la cui origine risalirebbe nientemeno che ai secoli a.C. dell’età greco-romana), di costituire la summa delle norme dello Studio, ma queste norme seleziona, peraltro non senza lacune, per aree tematiche: statuti, riforme, finanziamenti, elezione dei lettori, e così via. In particolare uno di questi temi appare il filo rosso della raccolta, ripercorrendo e ribadendo la questione più sensibile nella allora già plurisecolare vicenda dello Studio: la cosiddetta privativa, ovvero l’esclusività detenuta dal Siciliae Studium Generale, come orgogliosamente e non certo a caso si nominò, relativamente al rilascio di titoli di studio superiori, soprattutto e specificamente lauree dottorali, nell’ambito del Regnum Siciliae. Di tale privilegio non v’è cenno nei documenti istitutivi, tanto nel brevissimo placet di Alfonso d’Aragona Rex Siciliae (Palermo, 22 ottobre 1434: qui vol. I, doc. 1) che diede il via all’istituzione dello Studio, quanto nei successivi e ben più prolissi: né nella bolla del pontefice Eugenio IV (Roma, 18 aprile 1444: vol. I, doc. 2) né nell’esecutoria regia (Napoli, 28 maggio 1444: vol. I, doc. 2). Tuttavia, assunta come dato di fatto e variamente validata contro le ambizioni delle numerose città concorrenti, la privativa venne ripetutamente confermata dall’autorità regia e quindi fatta sempre valere e prevalere dagli interessi cittadini. La privativa ha effettivamente funzionato per quasi quattro secoli, vale a dire per tutto il periodo in cui lo Studio etneo è stato l’unica università autorizzata del Regnum Siciliae, e l’unica del Sud Italia oltre lo Studio federiciano di Napoli. Nutrita la lista degli aspiranti sempre delusi, a cominciare da Palermo, che poté istituire la sua università solo nel 1805; ma neppure lo Studio di Messina, unico concorrente accreditato, ebbe mai di fatto la formale approvazione regia, anzi venne cancellato a seguito della rivolta del 1674-1678, e venne restituito alla città solo nel 1838. In quest’ottica, anche i documenti che non sembrano riferirsi direttamente alla privativa in realtà ne sono il presupposto (ad esempio i primi, che riguardano l’istituzione e l’attivazione dello Studio: vol. I, docc. 1-4), ovvero il complemento e la fortificazione: ad esempio i numerosi documenti che confermano la volontà regia di finanziare lo Studio, oppure i due falsi documenti attribuiti a Celestino I e Teodosio II, posti a precedere la sequenza dei documenti sulla privativa (vol. II, docc. 13-14). Anche i documenti che riguardano i controversi rapporti col protomedico del Regno, e pertanto con l’amministrazione centrale statuale, appaiono un corollario della questione della privativa. Persino l’ultimo documento del secondo volume (in coda al vol. II, doc. 78), aggiunta seriore e maldestra ma in continuità con la logica dell’opera, è ulteriore prova di questa volontà di costituire un corpus a difesa del privilegio, e perciò sia di continuarne lo svolgimento come pure di consolidarlo sempre più: volontà che da secoli affrontava pertinacemente il rischio e il timore di perdere quell’esclusiva, evidentemente sentita come costitutiva dell’identità cittadina, sorta di rivalsa soprattutto verso le città più importanti del Regno, Palermo e Messina. Se si vuole, in questo possono vedersi anche le prime prove di quella che solo dopo un secolo (1840) diverrà la cosiddetta «autonomia» universitaria: faccenda relativa ancora oggi, ai tempi relativissima.
A suggello delle vicende qui brevemente riepilogate, occorre ricordare quanti maggiormente si sono adoperati perché i progetti e i lavori per la valorizzazione dell’archivio storico universitario e per questa edizione andassero a buon fine.
I dirigenti e i funzionari dell’amministrazione archivistica statale: Cristina Grasso dell’Archivio di Stato di Catania, collaboratrice e consigliera; Grazia Fallico e successivamente Giuseppina Giordano, Soprintendenti archivistici per la Sicilia; Maria Grazia Pastura, Giovanni Pesiri, Giuseppe Mesoraca, Micaela Procaccia della Direzione generale per gli archivi (Ministero per i beni e le attività culturali, Roma).
In Ateneo i Magnifici Rettori Enrico Rizzarelli (1994-2000) e Ferdinando Latteri (2000-2006), e accanto a loro il compianto Ettore Gilotta, primo direttore amministrativo a comprendere le potenzialità di un’azione virtuosa sull’archivio universitario, e a svilupparne azioni importanti anche per l’amministrazione: felice intuizione, purtroppo non sempre avvertita, con la necessaria consapevolezza, dai suoi successori. Il prof. Giuseppe Giarrizzo, a lungo tutore dell’archivio storico. I professori Giovanni Gallo e Filippo Stanco del Dipartimento di matematica e informatica, coi dottorandi Filippo Milotta e Dario Allegra. Gli studenti-tirocinanti del corso di laurea in Informatica: Michel Murabito, Giuseppe Ferrara, Emilio Di Prima, Federico Vindigni. Ivano Mistretta, dell’associazione culturale LAMUSA, che ha dato veste grafica definitiva e funzionale all’edizione elettronica.
Le ditte Grimaldi (Siracusa), curatrice del restauro, e Italmap (Torino), curatrice delle immagini digitali.
Infine i componenti, oltre agli scriventi, del gruppo di lavoro dell’Archivio Storico: in particolare Emiliana Scirè Ingastone e Daniela Grasso che eseguirono la prima regestazione degli Statuta et privilegia.
Francesco Migliorino
Salvatore Consoli